La storia e le origini dello shiba inu: un'avventura lunga 14.000 anni!

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Lo shiba moderno, è il frutto di un lavoro di selezione iniziato dagli allevatori giapponesi nei primi anni del 1900 su cani di varia provenienza ritrovati nelle zone rurali e montagnose del Giappone.
Le caratteristiche di questi cani, abituati a cacciare su terreni impervi ed a vivere in climi rigidi allo stato quasi naturale, possono essere ritrovate ancora oggi nei cani attuali.
Lo shiba è intrepido, coraggioso, fiero ed indipendente, feroce ma mai aggressivo, pur docile ed affettuoso, esprime in se una bellezza essenziale di raffinata semplicità e sobria eleganza.
In altre parole in esso sono, e devono essere presenti le intrinseche qualità del cane giapponese, Kan-I, Ryousei e Soboku.

La storia

L’origine dei cani giapponesi risale all’epoca delle migrazioni dell’età della pietra avvenute circa 14.000 anni fa. Durante quel periodo gli Jomon, un popolo proveniente dal sud-est asiatico, si stabilì in Giappone passando per Taiwan e le isole Ryukyu, portando al seguito i propri cani. Gli Jomon erano cacciatori‑raccoglitori e pescatori, e vivevano in insediamenti semi‑sedentari, costituiti da capanne di legno e paglia con il pavimento in terra battuta scavato e leggermente ribassato rispetto al livello esterno, che migliorava l’isolamento termico e la protezione dai venti.

L’alimentazione si basava su caccia, pesca, raccolta di noci, castagne e frutti di mare, come testimoniano i grandi cumuli di conchiglie (kaizuka).

Il ritrovamento in diversi siti di sepolture risalenti a circa 9500 anni fa, suggeriscono che gli Jomon tenessero in grande considerazione i loro compagni.

Alcuni corpi deposti “rannicchiati quasi dormissero”, ed altri con tracce di guarigione di fratture alle gambe, dimostrano che già all’epoca esisteva un rapporto di affetto e cura tra i cani ed il loro “padrone”.

Abitazione Jomon - ricostruzione Sannai Maruyama Archaeological Site
Sito di Odake scheletro n. 10 - cane rannicchiato
Ricostruzione Jomon Shiba -Tobinodai Historical Park Museum Funabashi, Chiba (JP)

Gli scheletri completi più antichi ad oggi rinvenuti sono stati trovati nel sito archeologico di Kamikuroiwa nella prefettura di Heime e datano 7500 anni fa, qui sono stati rinvenuti gli scheletri di due cani, di altezza compresa tra 38 e 41 cm.

È grazie a questi ritrovamenti se oggi è possibile avere un’idea abbastanza precisa di che aspetto avessero questi antichi progenitori.

La prima e fondamentale differenza è nella forma del cranio, che si discosta notevolmente anche da quella dei coevi cani europei, tant’è che i primi sarebbero discendenti del Canis Lupus Chanco, mentre i secondi proverrebbero dal Canis Lupus Lupus, confermando l’ancestralità di questi antichi cani giapponesi.

Nel successivo periodo Yayoi tra il 300 A.C. ed il 250 D.C. si susseguirono diverse migrazioni provenienti dalla penisola Coreana, fu introdotta la coltivazione del riso e si iniziò a praticare l’agricoltura, profondi cambiamenti sociali e culturali investirono la società.

Il cane Jomon che era stato un indispensabile compagno di caccia per l’uomo, perse la sua importanza. Resti di cani risalenti a a circa duemila anni fa rinvenuti nei tumuli funerari di Kuwanae nella prefettura di Oita e nei tumuli di Yoshinogari nella prefettura di Saga, mostrano che nel periodo Yayoi, arrivarono in Giappone cani di tipo diverso, di taglia leggermente più grande e con stop prominente, la maggior parte degli scheletri sono parziali e le ossa sparse e con evidenti segni di macellazione, ciò suggerisce che in tale periodo, i cani venissero utilizzati anche a fini alimentari. È dunque negli incroci occasionali tra questi antichi cani che vanno cercati gli antenati della maggior parte delle razze giapponesi moderne.

Cane di Montagna disegnato su bronzo - Periodo Yayoi
Statua del Principe Yamato Takeru, Giardino Gyokuseninmaru al castello di Kanasawa
Stampa su legno del 1887 di Ogata Gekko "Yamato Takeru con la mitica spada Kusanagi no Tsurugi"

Le prime testimonianze scritte del cane nell’arcipelago si trovano nelle leggende nipponiche, precisamente nel Nihon shoki, 日本書紀, noto anche come Nihongi 日本紀, “Cronache del Giappone”. Un’opera storico-mitologica del periodo Nara (710-794) completata nel 720.

È il secondo testo più antico della storia giapponese, (dopo il Kojiki), E Racconta epoche di sovrani, miti, genealogie imperiali, eventi storici e descrizioni di costumi e tradizioni.

In esso è riportato un episodio che ebbe come protagonista l’imperatore Yamato Takeru il quale dopo aver respinto l’attacco di una presenza malvagia si perde su di un passo montuoso e viene aiutato da un cane a ritrovare la via.

Altro riferimento troviamo nel Libro XXII, dove è riportato che l’Imperatore Yūryaku “Nel secondo mese di primavera, (Ōhatsuse Wakatakeru no Mikoto) andò a caccia sul monte Wakama, improvvisamente la preda, un giovane fagiano scomparve. L’imperatore ordinò allora ai suoi grandi cani (Ōkoma) ed ai piccoli cani (Kokoma) di cercarlo. Lo stesso mito appare nel Kojiki II Volume “Quando Yamato Takeru salì sul monte Ibuki, incontrò un cane bianco, che lo guidò giù dalla montagna”

Il periodo Kamakura, (鎌倉時代 1185–1333) l’equivalente del nostro medioevo, fu un periodo buio per i cani, si diffuse infatti un gioco chiamato “”Inu ou mono””.

Dei cani venivano chiusi in un recinto e costretti a a correre al suo interno, mentre samurai a cavallo cercavano di colpirli con le frecce, vinceva chi colpiva il maggior numero di animali.

Oltre che una forma di intrattenimento quindi, l’ “Inu ou mono” era anche uno sport che i guerrieri praticavano per mettere alla prova le proprie capacità belliche.

Questa pratica suscitava sdegno tra i buddisti, che riuscirono a ottenere fossero usare delle frecce spuntate per salvaguardare la vita degli animali, ma non sempre venivano usate armi non letali, e, ad ogni modo, i cani colpiti, pur sopravvivendo rimanevano spesso invalidi e non potevano più essere impiegati per altri compiti finendo per nutrire i falchi da caccia dei nobili.

Spesso durante questi giochi morivano in numeri tali che bisognava edificare dei tumuli.

Dettaglio scena di Inuomono - Stampa su carta Toyohara Chikanobu (1838-1912)
Inuoumono - Estratto dal rotolo "Cane da caccia" artista sconosciuto, (1820, Biblioteca della Dieta Nazionale)
rappresentazione di Tokugawa Tsunayoshi
Tokugawa Tsunayoshi quinto shogun dell'epoca EDO, soprannominato Shogun cane "Inu-Kubō" (犬公方) - dipinto di Tosa Mitsuoki

Verso la fine del periodo Edo (1603 – 1868) le cose iniziarono a migliorare, grazie soprattutto all’azione di Tokugawa Tsunayoshi (1646-1709), noto come “Shōgun Cane” o “Inu-Kubō” (犬公方). Tokugawa aveva una vera e propria ossessione per i cani e varò numerosi leggi protezionistiche per la protezione di tutti gli esseri viventi. Lo Shōrui Awaremi no Rei (生類憐みの令, “Editto sulla Compassione per gli Esseri Viventi”) dal 1685, puniva severamente chi maltrattava cani randagi o feriti e più in generale ogni animale, con condanne fino alla morte. Costruì canili per 50.000 cani a Edo (oggi Tokyo), nutriti con riso e pesce a spese pubbliche, risolvendo i problemi igienici che a causa dell’elevato numero di randagi affliggevano la città. La legge mirava a promuovere i principi del confucianesimo a protezione di tutti gli esseri viventi, inclusi uccelli e pesci.

Fuji no susono makigari no zu (富士の裾野巻狩之図 — "La grande battuta di caccia alle falde del Monte Fuji") - Utagawa Sadahide ,1848
Yūryaku Tennō Katsuragi-san ni yai wo iru no zu (雄略天皇葛城山に野猪を射し図 — "L'Imperatore Yūryaku che abbatte un cinghiale selvatico sul Monte Katsuragi") - Mizuno Toshikata, 1890

Sotto il suo shogunato vi fu anche un rinnovato interesse per la caccia, ma in forme rituali. Venivano organizzati i “Makigari”, cacce con reti e cani simili alle cacce aristocratiche europee, e furono emanate norme per regolamentare la caccia e l’accesso alle risorse naturali.

Edditti (Ofuregaki) quali il “Buke Shohatto” del 1615 vietava la caccia ai non samurai impedendo ai contadini ed ai cittadini comuni di possedere archi lunghi (daikyū), lance (yari) o trappole per animali di grossa taglia, consentendo l’abbattimento dei selvatici solo per proteggere i campi, mentre con il “Sakoku-rei” del 1639 le foreste vicino a castelli e città divennero riserve shogunali, dove la caccia era permessa solo con licenza, chi veniva sorpreso a cacciare illegalmente in queste zone poteva essere punito con mutilazioni o la morte.

Ritenuto folle dai contemporanei per aver anteposto i diritti degli animali ai guerrieri, oggi possiamo rivalutarlo come un attento riformatore sociale che favorì burocrati meritevoli contro le élite ereditarie. Alla sua scomparsa l'”Editto sulla Compassione per gli Esseri Viventi” venne abolito ma ormai aveva cambiato l’approccio culturale della popolazione che non ritornò alle vecchie abitudini, in loro si era instillato il rispetto per i cani.

Il Principe Koto e due cani - stampa periodo Edo
Stampa del periodo Edo raffigurante un "Kompira Inu" o Cane Pelegrino

In ogni caso, a causa delle nuove norme, la caccia a grosse prede come l’orso ed il cinghiale rimase prerogativa dei Daimyō (feudatari) e dei samurai che potevano praticarla liberamente, mentre la caccia agli uccelli migratori era accessibile anche al resto della popolazione con licenze stagionali.

Ciò che interessa, è che le norme, ed i tipi di caccia praticati all’epoca, spinsero a selezionare soggetti piccoli e silenziosi, cani che potevano muoversi agevolmente nella fitta vegetazione avvicinandosi furtivi alle prede senza farsi notare, per poi sorprenderle con l’abbaio forte e rumoroso spingendole verso il cacciatore od, indicandone la presenza.

Inoltre i cani piccoli erano più facili da nascondere risultando perfetti per la caccia di frodo ad uccelli e piccoli mammiferi senza attirare l’attenzione delle autorità.

Questi soggetti venivano usati nella caccia al cinghiale, all’orso ed agli uccelli selvatici, dimostrandosi particolarmente efficaci nella ageki-ryo, (alberatura), una caccia al fagiano ed agli uccelli migratori, quali anatre ed oche selvatiche, praticata principalmente nelle regioni umide costiere o lungo i fiumi. In questo tipo di caccia, i cani venivano addestrati a spaventare gli uccelli, facendoli alzare in volo (da cui “ageki”, “sollevare”) permettendo ai cacciatori di catturarli con le “mochi-agekio”, reti sollevate improvvisamente da un sistema di corde, o di abbatterli con arco e frecce, mentre nel yobiyose-ryo, (richiamo delle anatre), venivano utilizzati per spingere con l’abbaio le anatre verso stagni dove i cacciatori le aspettavano con apposite trappole.

Si può presumere che alla fine del periodo Edo lo Shiba avesse sostanzialmente adottato la sua forma attuale, nelle immagini di quest’epoca infatti, i cani vengono mostrati con i tipici segni distintivi: orecchie a punta, coda arricciata ed espressione da “volpe”.

Il Giappone si aprì definitivamente all’Occidente nel 1868 e, con l’apertura delle frontiere ed i nuovi commerci numerosi stranieri arrivarono in Giappone portando al loro seguito cani principalmente di origine europea.

Nelle aree urbane le razze di “importazione” vennero incrociate con i cani autoctoni, tanto da rendere difficile trovare soggetti puri.

Solo nelle aree rurali più remote i cani giapponesi poterono godere di una certa protezione e preservare la loro integrità genetica.

Nella seconda metà degli anni ‘20, nacquero i movimenti nazionalisti e con il crescente orgoglio nazionale anche l’opinione verso i cani giapponesi mutò.
Il Dr. Hiroyoshi Saito, nel 1928, fondò con un gruppo di amici una associazione avente lo scopo di proteggere i cani giapponesi, e viaggiò a lungo attraversando il Giappone alla ricerca delle razze native.
In quel periodo non esistevano le razze così come le intendiamo oggi, ed i cani venivano identificati solo con nomi locali a seconda della funzione svolta ad es. inoshishi-inu cane per il cinghiale o shika-inu cane per il cervo.

Il Dr. Saito decise allora di adottare come metodo l’identificazione dei cani con la loro zona di provenienza.
Nacquero così il cane di Akita, di Shikoku e da qui i nomi moderni delle diverse razze, mentre le varietà di cani di taglia medio piccola, molto più eterogenee e diffuse sul territorio, e già conosciute con nomi diversi come Shinshu, San-in, Mino, Kawakami, Jukkoku, Sekishuken, o più generalmente come Ji-Inu (cani del luogo) le quali non si potevano caratterizzare come appartenenti ad una specifica regione, vennero raggruppate tutte sotto l’appellativo di “Shiba”.
Questi soggetti presentavano evidenti differenze tra loro ed una certa variabilità morfologica, tant’è in un primo momento si pensò di allevarli come razze separate per preservarne le caratteristiche.
Quattro anni dopo, nel 1932 l’associazione prese il nome “Nihonken hozon-kai” Società Giapponese per la Conservazione dei Cani, conosciuta in breve come “Nippo”, si iniziò a tenere un libro genealogico ed a Tokyo si tenne la prima mostra canina.

Shinshu shiba di fronte un tempio a Tenryū
Shinshu shiba provenienti da Tenryū (天龍) prefettura di Nagano 1912
Famoso cane da caccia di nome Tokusei-gō (徳生號) incrocio Pointer - 1934 Prefettura di Iwate
Un raro esemplare di "Mino" Shiba

Nel 1934 venne pubblicato il primo standard per le razze giapponesi ed il Ministero dell’Istruzione riconobbe nel 1936 lo Shiba come “Monumento naturale” (specie protetta).
Con lo scoppio della II Guerra mondiale e le successive vicende belliche, i cani giapponesi dovettero affrontare condizioni di vita estreme e condividere le privazioni del popolo giapponese.
Il cibo scarseggiava, venne fatto divieto di accudire i cani e diversi vennero uccisi per le loro pellicce, inoltre la scarsità di vaccini e le mancate profilassi innescarono una serie di epidemie che portarono i cani giapponesi sull’orlo dell’estinzione.

L’esiguo numero di soggetti che sopravvissero portò ad un patrimonio genetico insufficiente a continuare i programmi di selezione e molti allevatori rinunciarono, solo alla fine della guerra si cercò di recuperare tra i sopravvissuti i pochi soggetti che avevano conservato caratteristiche utili alla rifondazione.
Le ricerche si estesero in tutto il Giappone, tra le tante, vennero individuate principalmente 3 varietà di cani di taglia medio piccola e queste vennero allevate per migliorarne le qualità intrinseche.
Dunque, il moderno Shiba è frutto di incroci di cani con caratteristiche diverse, cosa che si può riscontrare ancora oggi in leggere variazioni di tipo a seconda delle influenze prevalenti.
Le principali varietà utilizzate furono:
– Il Mino dal caratteristico mantello scarlatto brillante detto “hiaka”, proveniva dalle regioni montagnose della prefettura di Gifu. Privo del bianco ai lati delle guance e sotto il collo, con orecchie spesse ed a punta, occhio marrone scuro di buona forma e coda a falce (sachi-o).
– Il San’in da Tottori e Shimane di taglia più grande, era di un nero irregolare, anch’egli privo di bianco ai lati delle guance e sotto il collo, presentava stop ben definito, pezzature con o senza calzini bianchi, carattere indipendente ed esuberante.
– lo Shinshu dalla prefettura di Nagano era più piccolo, di un rosso intenso, con pelo di guardia fitto e denso sottopelo, orecchie triangolari piccole e ravvicinate, aveva tendenza ad avere occhi più tondeggianti ed a conservare la maschera nera del cucciolo in età adulta.
Tutte contribuirono alla formazione della razza così come la conosciamo oggi.
Grazie all’impegno delle società di conservazione ed alla selezione operata dagli allevatori giapponesi che riuscirono a prendere il meglio da ognuna scartando le qualità indesiderate, lo shiba è riuscito a sopravvivere e prosperare fino ai giorni nostri, divenendo lo splendido cane che noi tutti amiamo.

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